Sono in Italia. Da un paio di settimane mi si domanda per quale motivo sono tornato proprio ora che iniziavano le Olimpiadi. Un po' me lo domando pure io, cartellino da volontario olimpico (quasi) in mano e un anno di Cina nel cuore, poi guardo le immagini concitate del countdown e gli incidenti delle ultime ore e subito mi tranquillizzo, nell'illusione di trovarmi – ora - in un Paese “migliore"..
Un po' sono contento di aver lasciato Pechino proprio quando non aveva più nulla da offrirmi, senza più venditori ambulanti per le strade, senza più carne di cane nei menu dei ristoranti, senza più gli sputi gratuiti dei pechinesi né la loro presenza all'interno della città, senza più un hutong che non sia destinato a diventare attrazione turistica né un vecchietto che non faccia t'ai chi per soldi.
Così hanno ridotto la Capitale in vista delle Olimpiadi. Una Pechino senza Pechino, una città che si vergogna di sé stessa, della sua essenza, della sua tipicità. Una città vuota, snaturata, artificiale, senza la dignità di mostrare al mondo la sua vera anima, i suoi vizi e i malcostumi. Anche questa sarebbe stata la Cina, ma purtroppo l'hanno fatta sparire, trasformando Pechino in una bruttacopia del resto del mondo.
Pechino e la Cina di oggi sono sempre più distanti da quel mondo che avrei voluto vedere ma che - purtroppo - ho solo letto nei libri di storia, nei racconti di Tiziano Terzani all'inizio degli anni Ottanta e nelle cronache di Edgar Snow all'epoca della Rivoluzione.
L'impero, il Comunismo, Mao Zedong e la sua politica, l'arte, la cultura, le tradizioni. Tutto finito, sparito, scomparso.
Tutta roba di cui vergognarsi, di cui sbarazzarsi al più presto, ma con le dovute eccezioni.
Magari si salvano ancora il Libretto Rosso e le stampe della Propaganda da propinare ai turisti in cerca di souvenir, magari è ancora in voga mangiare l'anatra laccata arrosto o gli involtini primavera, ma guai ad indossare le tradizionali scarpe di pezza da 6 yuan il paio, guai a pedalare su una bicicletta anziché imbottigliarsi nel traffico dentro una BMW “gonfia” d'aria condizionata, guai ad usare le bacchettine (al posto della forchetta) nei ristoranti di lusso.
Guai a ricordarsi di essere stati comunisti. Guai a ricordarsi di essere cinesi, anche se poi la bandiera rossa la si vede sventolare ovunque.
Non so più cosa augurarmi per questo Paese, tutto ciò che voleva ottenere con queste Olimpiadi era benessere sociale e credibilità internazionale. Penso che - ad oggi - la Cina non sia riuscita a raggiungere né l'uno né l'altro obiettivo, né ci potrà riuscire facilmente in futuro, con lo sviluppo che si fa sempre meno armonioso, con le tante bombe sociali che sono pronte ad esplodere, con la libertà in lista d'attesa verso una democrazia ancora lontana.
Chissà cosa penserebbe Mao delle Olimpiadi, chissà cosa esclamerebbe alla visione di tanti giovani patinati e griffati, schiavi di un mondo che li fa sentire liberi e felici come una farfalla..
Nella foto: Sanya, 4 maggio 2008, passaggio della fiaccola olimpica
