lunedì 30 giugno 2008

MAOney



Ho sempre pensato quanto inopportuno fosse mettere la faccia di Mao Zedong sulle banconote cinesi. A mio avviso, il predicatore di un certo tipo di società, politica ed economia male si associa alla strada imboccata dalla Cina contemporanea, che tutto mi sembra, tranne che Comunista.

Per dirla tutta, è già da qualche anno che si vocifera dell'intenzione del Governo di sostituire (o affiancare) le attuali banconote di taglio superiore ad uno Yuan - tutte col faccione di Mao - con altrettante, in cui verranno raffigurate le altre personalità che hanno contribuito a creare la Cina moderna come la vediamo ed intendiamo oggi.
Sun Yat-sen e Deng Xiaoping sono tra i più probabili candidati a questo riconoscimento ma di certo non sarà facile rimuovere una delle ultime zavorre che ricordano a questo Paese di aver avuto un passato travagliato.


A parte questo, in Cina il problema dell'emissione di moneta merita un'attenzione tutta sua.
Avendo a che fare con un Paese così vasto e dalle mille sfaccettature, non è difficile intuire quanto sia stato problematico decidere la grandezza dei tagli di banconote.
Tagli troppo grandi favorirebbero la contraffazione.
Tagli troppo piccoli sarebbero scomodi.
Ma tanto è. E per ora i cinesi si tengono questi ultimi, nonostante l'inflazione galoppante pre-Olimpiadi.

E se nelle campagne è
ancora relativamente facile riuscire a farsi bastare una banconota da 100 yuan per qualche settimana, nelle città il problema sta raggiungendo proporzioni al limite del ridicolo.
In Cina i tagli di moneta cartacea vanno da 1 Yuan (0.10 euro) a 100 (10 euro). In pratica la banconota più ambiziosa vale si e no il costo di una pizza in Italia. In questo Paese esisteranno pure assegni, conti correnti e carte di credito, ma spesso ai cinesi piace di più toccare con mano i soldi che spendono o incassano.
Non posso fare a meno di ricordare le file assurde agli sportelli ATM, con la gente che preleva quattro o cinque volte 2000 Yuan per volta, l'ingombro di così tanti soldi addosso (manco fossi un rapinatore) quando si tratta di dover pagare la retta scolastica e l'affitto al dormitorio o il rumore delle macchinette contasoldi che sfogliano - instancabili - i biglietti da 100 yuan in banca, al supermercato, alle poste, in libreria, perfino in farmacia.

Intorno alla scuola, nascosti nelle zone residenziali a maggioranza cinese, ci sono ancora vecchietti che riparano la bici per 5 jiao appena (5 centesimi di Euro), venditori abusivi di spiedini a 1 yuan e bottiglie di birra da 66cl a 2. Auguro loro di farsi ancora grosse risate alla faccia nostra, che paghiamo una Qingdao fino a 30 kuai nei locali alla moda o che ne spendiamo pure 50 per mangiare al ristorante.
Ma soprattutto, auguro loro di prendersi ancora gioco di noi, che ci domandiamo - increduli - come sia possibile mandare avanti questo Paese con banconote da 10 Euro.


Nella foto: una decina di euro. Versione pop.

p.s. le banconote vere hanno il colletto di Mao ruvido!

sabato 26 gennaio 2008

Guangzhou: fuga dalla trappola

Un giorno a Guangzhou scorre rapido e all'indomani siamo pronti alla stazione di Guangzhou due ore prima della partenza, in attesa del nostro treno. Siamo gli unici occidentali in quel posto, già mi viene la nausea a pensare quanta gente ci sarà in quella piazza, due-trecentomila persone, di sicuro. Strade bloccate, transenne ovunque e poliziotti che controllano - a vari livelli - se davvero devi salire su un treno, se hai un biglietto valido in partenza per oggi e se è vero che il tuo treno sta partendo. Più passa il tempo, più la folla aumenta, e il tabellone si riempie a poco a poco di scritte arancio e rosse, "treno cancellato", "treno in ritardo di un'ora", "treno che non si sa se e quando arriva".



Il treno è forse il mezzo di trasporto più affascinante (oltre che economico) per muoversi in Cina e per capire le sue differenze, le sue contraddizioni; dentro e fuori dal finestrino è un continuo apprendere, osservare, capire. In silenzio, solo guardando. Stavolta però mi sento un pò bastardo a dover perseverare questo modo di viaggiare nonostante la situazione che si sta venendo a creare. Noi che per il gusto di viaggiare (e di risparmiare) spendiamo una cifra esigua - appena 10 euro - per permetterci una vacanza insolita e loro che si trovano nello stesso posto ad aspettare un treno che li riporti a casa dopo un anno che non vedono i propri cari; per noi è divertimento (o quasi), per loro è un incubo e neanche a buon mercato.



E non sapevamo che la situazione nazionale in quelle ore era molto ma molto peggio di quello che si poteva anche solo immaginare.. Nella Cina meridionale era in corso l'inverno più disastroso degli ultimi cinquant'anni. Maltempo ovunque, dalla fredda pioggerellina di Guangzhou alla neve di Guilin, la Cina e tutto il suo sistema di trasporti era in ginocchio proprio durante il periodo più critico dell'anno.

Giustizia (o Punizione) Divina per un Paese che viaggia troppo spesso al di sopra delle proprie possibilità. La Cina che fa il passo più lungo della gamba, basta una nevicata a mettere in crisi il Paese "pronto" alle Olimpiadi. Magari le manie di onnipotenza cinesi sono più che giustificate, però stavolta la macchina organizzativa mi è sembrata un tantino disastrosa.. Noi quattro lì, spremuti dalla folla, ed io che pensavo alla canzoncina "We are ready/Siamo pronti" scritta per le Olimpiadi.

OK了

Passano le ore e noi siamo sempre lì, in mezzo a gente che aspetta da un giorno e mezzo, i treni da Guangzhou partono ma non arrivano, perchè se arrivano vengono da nord, e a nord sta cadendo troppa neve.. Nessuna notizia, nessuna informazione, solo treni con orario di arrivo "indefinito" e tanta gente che spinge tanto, troppo, per avvicinarsi all'ingresso della stazione.

Ad un certo punto arrivano i soldatini per il puntuale teatrino della Propaganda.. Escono dalle transenne e formano un corridoio umano tra la folla in modo da far passare chi deve salire su un treno in partenza. E spuntano gli omini - anch'essi in divisa militare - con cinepresa e fotocamera, a filmare l'Esercito di Liberazione che aiuta il Popolo. La gente fischia e ride, beffarda, davanti alle telecamere della TV nazionale.. A me piace pensare che non erano i soliti "Ciao mamma sono in televisione", magari era davvero un popolo che dimostrava di essere più furbo di quanto pensa il suo Governo.
Passano i soldatini con i cartelloni dei treni in partenza ed ecco la gente passare nel corridoio umano.. i soldatini sorridono, i fotografi scattano. Dieci minuti di teatrino teleripreso, telefotografato, teledocumentato. Poi, come niente fosse, i soldatini rientrano, le telecamere si spengono e ritorna il caos più assoluto.

Oggi o domani mi aspetto di rivedere queste immagini su internet e in televisione, specie su CCTV7 (谢谢叔叔TV), il canale tematico della TV pubblica che informa di quanto sono bravi esercito e polizia ad aiutare le persone che si trovano in difficoltà.

Aspettiamo dieci ore prima di cedere alla tentazione, rivendiamo il nostro biglietto e ripieghiamo sulla soluzione dell'aereo. Vigliacchi. Uomo bianco vince ancora, aggiungiamo altri 60 euro e abbiamo un biglietto per Kunming, senza il fango di Guangzhou, senza le mani addosso della folla né il rischio di essere scippati, senza il caos né la paura di rimanere bloccati alla stazione. Noi ce ne andiamo, loro restano a terra.


Nella foto: notte insonne prima della partenza. Dormire in una catena di fast-food è un'ottima soluzione per non perdere l'aereo.

Partenza per dopo domani, e il 29 arrivano anche gli altri, Arianna, Michi, Shoko e Chie.


Bye bye Guangzhou!

venerdì 25 gennaio 2008

Guangzhou: ritorno alla trappola

Due ore di pullman da Zhuhai, città oltre la frontiera dal lato di Macau e siamo di nuovo a Guangzhou. E chi se lo aspettava di trovarsi proprio dove nessun'altro voleva essere, alla stazione ferroviaria del capoluogo quando le fabbriche del Guangdong mandano in ferie per un mese i propri dipendenti, tutti assieme, tutti in una volta. Come a Ferragosto da noi. Che geni che siamo!



Stazione di Guangzhou, ovunque mi giro c'è gente in cerca di un biglietto o in attesa di un treno. Ce n'è tanta. La maggior parte di loro sono operai sottopagati provenienti dalle zone più povere del Paese che lavorano nelle fabbriche-città del Guangdong, la provincia cinese a più alta industrializzazione del mondo: le eccellenze e le schifezze, i certificati ISO9002 e i cancri di plastica, i falsi, i veri, gli indistinguibili.. tutto proviene da quà e questa è la gente che produce tutto ciò. Incontro quello che ha lavorato all'assemblaggio della mia fotocamera, magari incontro pure quello che ha cucìto le mie scarpe sportive, ma non me ne accorgo.



Già dalla fermata della metropolitana - proprio sotto la stazione - poliziotti sbraitano sulla folla per mantenere la calma... "不要急",不要急" ("bu yao ji, bu yao ji" calma, calma) si sente urlare in continuazione.. una volta sopra, è l'inferno. Com'era prevedibile, non è possibile entrare DENTRO la stazione. Si resta fuori, sotto la pioggerella fina che sta già infangando la piazza antestante, dove sono stati allestiti dei padiglioni numerati per raccogliere ordinatamente le persone in attesa di un treno. O magari questa era l'intenzione.

Io riesco a distinguere soltanto i simpatici soldatini cinesi, gli stessi che erano nel campus quando mi hanno fottuto la bici, gli stessi che marciano a Tiananmen inneggiando canti militari, gli stessi che indossano l'elmetto della prima guerra mondiale quando vado in banca, gli stessi che si prendono a schiaffi col collega quando si rompono le balle.. Sono lì, divisi in squadre, ognuno col suo manganello, ognuno col suo sguardo spaurito, ma sempre pronto a ridacchiare col vicino. Età massima 16 anni e mezzo, almeno così dimostrano le loro facce. E dovrebbero mantenere la calma. A Guangzhou.


Nella foto: caos alla stazione ferroviaria di Guangzhou

Mentre siamo in fila alla biglietteria, cerchiamo di capire dove è più comodo andare... A noi importa solo andare verso ovest, verso lo Yunnan, verso Kunming. Il problema è che non ci sono i treni. I treni in partenza oggi sono tutti pieni, al massimo c'è qualche posto a sedere per domani sera, destinazione Guilin, a metà strada di dove vogliamo andare noi: 1000 chilometri di viaggio seduto ("sedile rigido", ed è già tanto) in un treno pieno a scoppiare con il corridoio intasato da gente che ha in mano il suo biglietto "posto in piedi", anch'esso acquistabile per un viaggio da 18 ore. A questo sono disposti i cinesi pur di ritornare a casa per la Festa di Primavera. E tanto permette di fare un biglietto del treno da 10 euro.


Link:

mercoledì 23 gennaio 2008

Hong Kong


Che bello questo di passare la frontiera "a piedi", senza il balzo degli aerei che ti porta da un ambiente asettico all'altro, che non ti fa sentire il viaggio, il passaggio, lo spazio, la distanza.

La Hong Kong di oggi è solo un puntino sulla carta geografica della Cina, ma è impossibile per me, oggi, poter percepire appieno cosa è stata fino a trent'anni fa Hong Kong per i cinesi.. Un sogno senz'altro, lo era anche per gli occidentali, ma è stata soprattutto un'utopia, un'assurdità, un artificio: l'eccesso messo al fianco di un altro eccesso, un'isola capitalista in un universo comunista, in bilico per anni prima di ricadere in un mondo che ha finito per assomigliarle sempre di più.

Entro in metropolitana e subito vengo assalito da una strana sensazione: sono in Cina, come no, ma mi trovo in un lembo di terra che non gli assomiglia manco per il cazzo.. l'asfalto è nerissimo e rugoso come quello che si vede nelle strade di Londra, e ad ogni incrocio vedo perfino dei Belisha Beacon lampeggiare.. Anche insegne stradali mi stupiscono ed incuriosiscono: leggo i cartelli stradali e sono nomi inglesi, ne leggo altri e mi sembrano assurdi, le scritte sono quasi illeggibili, la pronuncia cantonese non corrisponde al mandarino, JiuLong (nove dragoni) diventa Kowloon, "xie xie" (grazie) è uno sghignazzo cantonese che suona come " 'ngoin' " e tra un pò saprò anche che wikipedia e blogspot si vedono tranquillamente senza dover incappare nella censura...
Non sono in Cina.

Guardo fuori dal finestrino, è notte. La segnaletica luminosa degli incroci mi riporta alla mente Londra, non fosse per le palme lussureggianti e gli alberi in fiore che mi ricordano di essere da tutt'altra parte del mondo; anche le auto hanno la guida a sinistra, scorgo autobus a due piani, l'inglese prevale nei cartelloni pubblicitari così come l'ordine e la pulizia prevalgono per le strade. Sono sconcertato.

La TV del metrò trasmette le notizie economiche in cantonese, magari anche i contenuti delle notizie mi lascerebbero di stucco se sapessi che non si tratta delle solite quattro barzellette raccontate dal "Partito". O magari è così anche qui, ma non ci credo più di tanto.

Dopo mesi e mesi filati di Cina sento, al di qua del confine, una strana sensazione di quasi-libertà che si coglie nel modo di vestire e di comportarsi della gente, nei loro tratti, così abituati alla sicurezza ovattata di una dittatura finanziaria fondata sul commercio: così mi appare Hong Kong e così me la immagino nei fatti, al di là dell'apparente normalità della periferia che che si scorge dal finestrino nel tragitto verso il centro.



Hong Kong, quella vera e propria, è un isolotto collinare particolarmente scomodo per costruire una metropoli di acciaio e cemento. Ma loro l'hanno fatto, e non potevano fare altrimenti.
Ogni sera, le facciate dei grattacieli che guardano verso il Peninsula Hotel si accendono come un immenso albero di Natale, sfoggiando l'essenza così effimera eppure così spettacolare di una città artificiale dal nome evocativo. Nient'altro che lampadine e cemento, lo so, ma non posso fare a meno, per un attimo, di godermi quel momento, con l'aria calda che arriva dal mare e i flash della gente che cerca di immortalare quel pezzo di mondo così spettacolare.

Ma l'artificialità sta solo in quel tratto, in quella città verticale per pochi ma non per tutti.. Milioni di abitanti vivono e brulicano altrove, a Kowloon e nei Nuovi Territori, lontani dal giocattolo di lampadine e cemento fatto per i ricchi, con le loro macchine che di notte sfrecciano a tutta velocità sulle autostrade cittadine semideserte, sensi unici e cavalcavia dall'asfalto nerissimo, piste da divertimento per le costose auto d'importazione che si snodano - sospese - attraverso i grattacieli andando in sù verso il Peak, da cui si gode la vista della baia.



Hong Kong, puttana di quello e di questo impero, una perla occidentale in mezzo all'oriente, un pezzo di terra plasmato ad immagine e somiglianza del nostro mondo, studiato per accogliere nel più confortevole dei modi chiunque voglia vivere la sua vita da queste parti.

Mi immagino giovani rampanti in cerca di successo, cocainomani occidentali incravattati esausti dal lavoro, mi immagino immigrati clandestini provenienti dal sudest asiatico, puttane cinesi del passato, troie da ognidove del presente, sarti indiani e venditori di perle e gioielli, generali e ammiragli imperiali, commercianti di seta e di droga.. mi immagino quanti inglesi dalla madrepatria abbiano sempre avuto questa "alternativa" alle loro vite, magari per trovarvi la fortuna, magari per lasciarsi rovinare dalle sue trappole.



Quante alternative alla solita vita.. e quante opportunità per chi era inglese ieri e rampante oggi, con l'era coloniale al tramonto ma con i tanti legami commerciali e culturali che ancora oggi fanno della Gran Bretagna un Paese grande ed influente nel mondo.
Quanti inglesi, americani e australiani vivono e lavorano quì! Non c'è nulla di strano - per loro - nel dirigere un'azienda, essere docente universitario o collaborare in qualche associazione di scambio culturale ad Hong Kong. Per mia natura non riesco ad immaginare - in questo posto - un italiano diverso da un turista con la bocca aperta e il naso all'insù. Come me.
Questione di orizzonti, presumo.
Nessuno mi ha mai messo la pulce nell'orecchio quando ero piccolo. Al massimo avrei potuto prendere in considerazione i legami storico-culturali con la Libia..

Non so se tutto ciò sia una fortuna, io lo vedo semplicemente come una carta in più da giocare, quella delle colonie è stata un'epoca di violenze e di invasioni ma mi chiedo - nel frattempo - cosa abbiamo potuto combinare noi italiani, che più che conquistare ci siamo lasciati sempre conquistare da invasori, mafiosi e politici vari della penisola.

Non è una colpa se l'Italia non ha mai avuto le sue colonie (vere) nel mondo, per carità.. probabilmente è una cazzata in meno che ha fatto il nostro Paese, però non riesco a non pensare a quanto ampi possono essere - ancora oggi - gli orizzonti geografici e culturali di un inglese, di uno spagnolo, di un portoghese o di un francese rispetto a quelli dell'italiano medio. Magari non sono così ampi come credo, però a veder bene cosa siamo diventati..

Noi che non sappiamo guardare più in là del nostro giardinetto, figuriamoci più in là delle Alpi.. noi che ci appassioniamo alle litigate di Maria de Filippi e di "Buona Domenica" in TV, che facciamo pascolare maiali per evitare la costruzione di una moschea, che ci scandalizziamo alla normalità del mondo moderno, ai suoi mutamenti, alla varietà dei suoi abitanti. Come possiamo noi italiani capire - o solo conoscere - un mondo che si trova al di là della nostra Italietta?
Ora capisco come purtroppo non ci siamo mai riusciti.

In Francia, durante le previsioni del tempo, ti dicono - fra l'altro - che tempo fa nell'isola della Reunion! Abbiamo parlato parecchio di queste cose io e Lionel, compagno di classe (e di viaggio) francese cresciuto lì, in mezzo all'Oceano Indiano e discendente dei primi colonizzatori di quell'isola, allora disabitata. Lui è il risultato di questa storia coloniale, non sfoggia né si stupisce ormai più delle sue origini ma ne è consapevole e ha la coscienza della grandezza del suo Paese, della diversità culturale e l'abitudine alle conseguenze che la storia ha portato ovunque come pure dalle sue parti.
Lavoratori cinesi, discendenti cinesi, lavoratori indiani, discendenti indiani, lavoratori africani, discendenti africani. Ora la Reunion è Francia, ma i problemi di razzismo che affliggono le banlieue della madrepatria quasi non esistono.

E ancora, vede una palma e ti dice "ah, quella è la Palma del Viaggiatore!". Per un italiano quella è UNA palma. Una qualunque. Per un francese quella è una palma che si chiama così perché la sua struttura a ventaglio permette di raccogliere l'acqua piovana dalle foglie fino al tronco.. E i colonizzatori francesi non morivano di sete!

Finezze, per carità, ma è dalle piccole cose che si nota la differenza..

lunedì 21 gennaio 2008

Canton

E' triste e bello allo stesso tempo vedere la Cina del sud di oggi, la Cina coloniale del passato, ridursi ad un posto qualunque di questo Paese, il nord è uguale al sud, l'est uguale all'ovest. O quasi.
E' la Cina nel pieno del suo sviluppo che riconquista le sue perle del passato, la Cina dei grandi palazzi (vuoti) che si riappropria di gioielli altrui (o già suoi) imponendo, nuovamente, la sua influenza su ciò che si è concesso e che non si ripeterà.

Canton oggi è sempre di più Guangzhou, una disordinata distesa di cemento con al centro i resti di ciò che è stato, nel passato, la prima striscia di terra (Shamian) concessa a popolazioni straniere per i loro traffici con l'impero. Shamian è - come dice il nome - una superficie di sabbia nel fiume delle Perle. Oggi è il rifugio preferito dagli occidentali che vengono quì ad adottare bambini cinesi e non osano allontanarsene per addentrarsi nell'anonima città al di là dei ponti. Shamian, una bolla di vetro separata dalla città esterna, una piacevole distesa di costruzioni coloniali intervallate da giardinetti, negozi di souvenir e "accoglienti" Starbucks pieni di visi pallidi intenti a bere caffè costosissimi.

Salvo poche piccole eccezioni, Guangzhou è davvero brutta, comunque la guardi non è altro che una 乱七八糟的城市 ("luan qi ba zao de chengshi", mia traduzione molto maccheronica per dire "una città davvero incasinata"), una città tappezzata da cemento e 大楼 ("da lou"), i palazzoni di vetro senza anima nè estetica con le facciate infarcite di scritte in inglese come "plaza", "hall" e "centre" giusto per creare un clima molto.. " intn'l ".

Non potevo aspettarmi di meglio, siamo nella capitale della provincia del Guangdong, la "fabbrica del mondo" (o meglio, il suo reparto produttivo), se c'è qualcosa di "made in China" che indossate, guardate o toccate in questo momento è molto probabile che provenga da questa "provincia". La gente non sembra per nulla scossa da questa svendita globale di merci e cultura, tutti sembrano lavorare sodo e instancabilmente come per - scrive la mia guida - recuperare il tempo perso durante gli anni del comunismo.


Nella foto: il canale che separa l'isola di Shamian dal resto della città. Sopra corre l'autostrada.


Nella foto: facciate coloniali alle porte di Shamian. Dietro, si costruisce..

Decidiamo che due giorni sono sufficienti per averne abbastanza, e siccome manca ancora una settimana al nostro incontro con gli altri a Kunming (Yunnan) possiamo anche fare un giretto ad Hong Kong, ex colonia inglese da dieci anni rientrata nell'orbita della Cina. Treno per Shenzhen, l'allora ultima città di frontiera cinese da cui si guardava, con invidia, lo splendore occidentale d'oltremare.. Oggi Shenzhen resta ancora ufficialmente una città di frontiera nella Cina di "un Paese, due sistemi", e per entrare nell'altro sistema è necessario - per tutti - attraversare labirinti pedonali, scale mobili, duty free e controllo passaporti sempre seguendo la stessa scritta al neon "Hong Kong". E quando finalmente i caratteri dei segnali pedonali cambiano dal cinese semplificato a quello tradizionale capisco che ci siamo.

Siamo ad Hong Kong!

lunedì 3 dicembre 2007

Il Paese delle meraviglie



La Cina è economica? Ho i miei dubbi. Sinceramente ne ho abbastanza di sentire e - purtroppo - di fare discorsi di questo genere, perchè la Cina di oggi è tutto tranne che economica, specie se si è occidentali. Anche se a prima vista tutto sembrerebbe essere così, devo dire che "la Cina costa poco" è un discorso che regge solo alle apparenze, a chi si limita a ciò che vede, a chi ha bisogno del minimo indispensabile, a chi non si cura della qualità. Uno specchietto per le allodole, di questo sono certo..

Tutto ha un prezzo in Cina. Magari in proporzione è leggermente più basso rispetto all'Italia, ma in Italia - qualche volta - una buona parte del prezzo è anche data dalla qualità. Qualità che quì non sempre c'è e ha i comunque il suo standard, adeguatamente abbassato all'uomo medio cinese che (ancora) non vive esattamente come l'uomo medio italiano. Quello che costa poco ha comunque i suoi limiti, i suoi difetti, le sue debolezze. QUALUNQUE COSA. Anche quella che non ti aspetti. Magari te ne accorgi troppo tardi di aver comprato qualcosa di non buono, ma alla fine arrivi sempre alla stessa conclusione.
Esempi?

- Calzature e capi di abbigliamento contraffatti: tratti il prezzo fino allo sfinimento, arrivi ad acquistare un paio di scarpe a tre euro ma poi ogni volta che ci cammini rischi pruriti, allergie o mal di schiena..

- Oggetti in plastica di ogni tipo, come i mobiletti componibili su cui io tengo scarpe e computer: comodi ed economici, senz'altro, ma dopo aver aperto la confezione e sentito l'odore non sono sicuro che quella plastica sia esattamente sicura per l'uomo (se mai ce ne fosse una innocua).

- Biciclette: sono economiche, i prezzi - per le nuove - girano intorno ai 10 euro. Se le prendi usate ancora meno. Se sei un pollo che le va a comprare al Wal Mart spendi 20 o 30 euro. Io faccio parte di quest'ultima categoria, ma ci sono arrivato per esasperazione dopo la delusione della bici economica comprata per strada. Quando le biciclette sono troppo economiche è probabile che già dopo una settimana si rompe qualcosa; e da quel momento in poi, almeno un giorno a settimana devi perder tempo a riparare qualcos'altro. Di continuo.

E quando sei lì ad aspettare che la tua bici venga sistemata, vedi passare un cinese vecchio-stile. Un cinese vero, sobrio, elegante a suo modo, vestito di nero, in sella ad una bici come non se ne trovano più in giro: nera o di metallo, tutta d'un pezzo, solida, niente che scricchiola, catena nera, oliata, mai arrugginita, manubrio elegante. E quella magari è una bici che gli ha dato lo Stato venti o trent'anni fa. Ed è ancora là, mai un problema, mai una rottura. Funziona.

- Alcool e cibo: hanno prezzi irrisori, per la maggior parte dei casi gli occidentali non hanno di che preoccuparsi per il loro budget, si può mangiare a partire da un euro e bere una birra più o meno alla stessa cifra (se non gratis, come propongono alcuni bar e ristoranti).. nessuno però garantisce sulla "bontà" di quello che ti viene servito nè sull'autenticità di quella bottiglia di Heineken o Qingdao che ti viene stappata sotto gli occhi. Poi ogni tanto capita che stai male, che vomiti fino alle quattro del mattino sul cesso domandandoti se ti stai invecchiando perchè non riesci più a reggere tre birre...
Quà succede. Molto più spesso di quanto si immagini. A me è successo anche la settimana scorsa. In italia ne avrebbero già fatto un caso nazionale. Magari verrebbe sùbito azzittito da qualche mafia, ma almeno qualcosa credo si sarebbe mosso. Quà si vaga ancora nel buio.

Ho visto che recentemente, forse sulla spinta delle Olimpiadi, anche quà in Cina si sono mossi per istituire marchi di qualità che tutelino la provenienza di cibi e bevande, che premino la bontà di quelli migliori e che magari inizino a creare una scala gerarchica del mercato con cui basarsi per l'acquisto di prodotti dai marchi ancora sconosciuti.
Bene, tutto bene. Ma come fare a fidarsi ANCHE di questi certificati di garanzia? In un Paese come la Cina, in cui si copia di tutto, in cui sono così sfrontati da scrivere "Made in the U.S.A." su un paio di Converse, in cui sono in grado di produrre schede USB, fotocamere digitali, telefonini e computer portatili tutti di marchi conosciuti, tutti rigorosamente falsi, che funzionano sì, ma non sai esattamente FINO A QUANDO. Imballaggi accuratissimi che ti fanno dubitare sulla qualità dei prodotti autentici, ologrammi e bollini di qualità tanto inutili quanto convincenti.. Non è facile fidarsi di qualcosa o di qualcuno.. Quando tutto è falso dubiti anche della bontà di chi è onesto.


E poi c'è anche che io sono uno straniero, che se al campus voglio il servizio internet in camera devo pagare di più rispetto a quanto paga un cinese (questo è razzismo?), che le stanze per occidentali costano di più di quelle per cinesi (quest'altro è razzismo?), che i buchi di stanze come quello in cui vivo io, per gli occidentali, arrivano a costare 9 euro al giorno.
9 euro sono tre o quattro volte quello che guadagna un operaio cinese in un giorno. A me 9 euro al giorno me li chiedono per dormire in una camera singola.. Pago magari la comodità di non avere nessun compagno di stanza sconosciuto, di poter fare gli orari che voglio, di avere i miei spazi. Ma poi i disservizi ce ne sono anche quà, come oggi che oltre a non avere l'acqua calda dalle 8 alle 20 (come ogni giorno da una decina di giorni a questa parte), non avevo proprio l'acqua. La donna di servizio non pareva particolarmente scossa dalle mie parole, ha continuato il suo lavoro dicendomi che anche per loro questa è una novità. Che si degnino almeno di informarmi.
Dopo un pò ho visto la stessa donna di servizio riattaccare al muro il foglio della comunicazione appeso lungo il corridoio che avevo da poco stracciato. Niente a che vedere con il problema dell'acqua, sul foglio c'era scritto di lasciare le finestre chiuse quando si lascia la camera perchè a causa dei lavori con gli operai e l'impalcatura di fuori ci potrebbero essere rischi di furti o robe del genere. I lavori degli operai sono finiti a metà OTTOBRE. Occhio e croce un mese e mezzo fà.

Eeeeh, bella l'Italia eh? Che vi possano andar di traverso le lasagne!



Foto: SD card rigorosamente false in vendita a Zhongguancun.

In Alto: Venditrice cinese del Silk Market vistosamente compiaciuta per avermi fregato in qualche modo. Ma io ancora non lo so...

giovedì 22 novembre 2007

Lotus Center, 礼品城市 (La Città del Regalo)

Giovedì, stamattina a "casa" mancava il pane e altra roba, finita la lezione vado al supermercato a Wudaokou e scopro che in Cina è già Natale!
Magari mi sbaglio, ma sono convinto che manca ancora più di un mese..

Nei manifesti all'esterno del Lotus, una sorridente famiglia del Mulino Bianco cinese riunita sotto un abete pieno di luci mi invita ad entrare nella Liwu Chengshi, la "Città del regalo", cassiere e commesse già indossano il berretto rosso col bon-bon bianco di Babbo Natale (presumo che tra un mese avranno barba bianca, slitta, renne e tutto il resto..) e - affinchè pure noi stranieri possiamo capire cosa sta succedendo - dovunque vedo la scritta (rigorosamente in inglese) "Merry Christmas".

Prendo il mio carrello, salgo la scala mobile in direzione del Paese delle meraviglie ed è ancora di più Natale! Vischio, renne, campane, cristalli di neve e barbuti signori sorridenti vestiti di rosso pendono dal soffitto fin sopra la mia testa.. e poi la musica..

Se c'è una cosa a questo mondo che non riesco a tollerare (oltre a un lucchetto di cassetto aperto, FMJ) è la musica dei supermercati. In ognuno se ne trovano di diversi tipi, con la sua – propria – selezione musicale fatta di rivisitazioni di canzoni strafamose o semplici jingle aziendali più o meno orecchiabili...
Per tutti, l'obiettivo di fondo è creare o evocare un mondo confortevole per gli acquisti, un luogo tanto perfetto quanto asettico, l'atmosfera ideale per accogliere il cliente-consumatore.
Inconsciamente queste musiche sono la colonna sonora dei nostri acquisti: un'esperienza unica, personale, quasi mistica dalla quale - ogni volta - usciamo contenti e appagati, fieri ed orgogliosi delle nostre scelte. Di certo, fortemente convinti che comprare quei fagioli in scatola in offerta col 3 x 2 sia stata la cosa giusta da fare.

A me queste musiche dopo cinque minuti che le ascolto già mi danno il nervoso, il più delle volte misto ad una claustrofobica malinconia a cui è impossibile sottrarsi.. non prima di aver pagato!

Presumo che nel mondo esistano esperti incaricati di creare o selezionare brani da poter essere ascoltati in ristoranti di lusso, negozi, supermercati, aeroporti, centri commerciali.. tutto fa parte di quel morboso ramo della psicologia che studia il modo di far "abboccare" meglio il consumatore per fargli acquistare più oggetti di quanti, effettivamente, ha bisogno.
Onestamente inorridisco davanti a tanto ingegno fondato su precise basi scientifiche. In Cina specialmente, è rivoltante vedere come il consumatore sia considerato molto peggio del "normale" pollo così come è visto nel nostro mondo occidentale..
La sfacciataggine comunicativa raggiunge - in Cina - livelli assurdi e, a tratti, ridicoli per noi occidentali, ma evidentemente il mercato cinese è ancora a questo punto, ancora “immaturo” rispetto al nostro e ancora bisognoso di avere - nei negozi - un eccesso di addobbi fuori luogo e stupide rivisitazioni di canzoncine natalizie (in inglese) ad accompagnare i nostri acquisti.

Il Natale con la Cina non c'entra un cazzo, di questo sono certo. Come pure Halloween (o Aulin, all'italiana!), ma anche quella volta – ricordo - c'erano ragnatele, cappelli da strega e zucche ovunque.

Povera Cina, così puttana e schiava del consumismo, oggi più di ieri nient’altro che un luogo qualsiasi nel mondo. Non che il comunismo era meglio, ma almeno Mao ha avuto - nella sua pazzia - un piano preciso, quasi "nobile": la volontà creare un Paese nuovo fatto di uomini nuovi, ispirati da idee tanto grandi quanto irraggiungibili. Un popolo Unico nel suo fare, magari senza storia (ormai distrutta dalla Rivoluzione Culturale), ma almeno con un ideale da seguire e perseguire. Oggi Mao è morto, la Cina si dice ancora comunista ma il suo sviluppo da economia "imperialista" fa leva sulla sua integrazione al mondo globalizzato in tutto e per tutto. Economicamente e - purtroppo - anche culturalmente. Un Paese senza bussola.

Sono disgustato da tanta esterofilia, già in Italia mi è difficile digerire le varie feste
"importate" che popolano il nostro calendario.. Non mi stupirei se un giorno anche noi celebrassimo la “Festa dei Tacchini”.. A proposito, gli americani la festeggiano oggi. Io spero di non riuscire a capire nemmeno per quale motivo la festeggino.. o meglio, spero di riuscire prima a capire il significato delle feste che esistono in Italia, poi magari vedrò di scoprire le altre. Siamo cresciuti tutti con salame e vino rosso, no?

Mi è difficile capire perchè ogni anno si festeggia il Natale, che significato ha oggi il Natale, per quale motivo si fa il Presepe, perchè si fa l'albero di Natale, perchè ci si scambiano doni.. E non è facile realizzare che in tutta questa spersonalizzazione culturale di cui soffriamo da molti anni, Babbo Natale ha cambiato il suo vestito da verde in rosso grazie alla Cocacola, che in origine quest’uomo barbuto noto in tutto il mondo come Santa Claus altro non era che l'italianissimo San Nicola, che Ferragosto, la festa dell'estate, era - in principio - il giorno della nascita della Madonna.. Tutto ciò è incomprensibile per me. Viviamo ormai senza religione né passato, TV e pubblicità ci ricordano ed evocano, a scadenze fissate, il mood - i sentimenti - che dovremmo avere per gli acquisti di Natale, della Pasqua, di Halloween.. a me questo "troppo" crea rabbia e irritazione, ma magari la maggioranza delle persone la pensa diversamente. Per questo ogni anno il Natale è sempre più... "Natale"!

Avrei preferito di gran lunga un silenzioso Dicembre, fatto così com'è fatta di solito la Cina, con ogni giorno uguale a all'altro, senza weekend, senza domeniche, senza giorni di festa distinguibili da quelli di lavoro.
Magari quell'omino silenzioso che è dentro di me avrebbe notato questo grigio nella vita di tutti i giorni e si sarebbe svegliato, "vuoto" e incazzato, desideroso anch'egli di avere un contatto con il Divino.. chiunque esso sia, ancora non lo so.
E invece no, anche qui (ma non poteva essere altrimenti) è lo stesso che in ogni altra parte nel mondo, con i negozi luccicanti addobbati "per l'occasione", figli di quella devozione succube a 90 gradi per tutto ciò che proviene da Occidente..

Che senso ha il Natale per un cinese? Non ha quasi più senso per me, italiano, residente in un museo a cielo aperto fatto di chiese e monasteri a 400 km dal Papa..
Ma quà sono al centro del mondo, c’era da aspettarselo, tra un pò metteranno l'albero di Natale pieno di lucine colorate e allora sì che io, Xifang Laowai (straniero occidentale) che altro non sono, a 12000 chilometri da casa, potrò dirmi ben felice di vivere il 25 dicembre in Cina..

Buon Natale
(qualunque cosa significhi)