lunedì 28 gennaio 2008

Nuvole veloci a Kunming



Tre ore d'aereo da Guangzhou a Kunming e ci ritroviamo in un'altro mondo, lontani dalla pioggia e dal caos che - si viene a sapere - ha bloccato oltre 700.000 persone alla stazione ferroviaria. Siamo a Kunming (1892 metri slm), la città dell'eterna primavera (così la chiamano i cinesi) capoluogo della provincia dello Yunnan, un altopiano incastonato tra la penisola Indocinese e il Tibet, una Cina profondamente diversa da quella che mi lascio alle spalle. C'è il sole, una ventina di gradi e dopo un'esperienza come Guangzhou, la visione di Kunming è tutto ciò che uno può desiderare.

Delle 56 minoranze etniche formalmente riconosciute che fanno parte della Repubblica Popolare Cinese, 25 si trovano nel solo Yunnan ed è per evitare qualunque forma di separatismo che in questa provincia la propaganda governativa ha martellato più pesantemente nel corso degli anni. Esaltando la varietà e la ricchezza delle minoranze etniche del Paese, la Cina ha ribadito di essere comunque una sola, alla cui "crescita armonica" partecipano "equamente" tutte le nazionalità che ne fanno parte.
Belle parole.. Bella beffa! Delle minoranze etniche che compongono il 9% della popolazione cinese fanno parte - tra gli altri - russi, kazaki, uyguri e tibetani. C'è mancato poco che si prendessero anche gli italiani.

Malgrado questa sbandierata diversità di facciata, Kunming non mi sembra poi tanto diversa dal resto della Cina. Stessi palazzi di vetro, stesso traffico, stesse strade, stessi quartieri, stessi marciapiedi. Magari qualche anno fa lo Yunnan era un pò diverso dal resto della Cina, magari prima di essere colonizzato da Pechino.. chissà!




Nelle foto: Kunming Laojie, la Strada Vecchia di Kunming. Ai lati, gru al lavoro e cartelloni pubblicitari annunciano l'arrivo della "nuova" Strada Vecchia..

Nonostante tutto, Kunming mi piace, c'è molto verde in giro, molto ordine, un pò troppi turisti (come noi!), ma ci sta. Ci sistemiamo al Camellia Hostel ed il giorno dopo ci ritroviamo già con gli altri quattro appena arrivati dalla gelida Pechino.

Restiamo un altro giorno a Kunming, giusto il tempo di un giro per la città vecchia, museo, templi buddhisti, "zoo" delle minoranze etniche (中国少数民族动物馆, caldamente sconsigliato), e nel frattempo ragioniamo un pò su come continuare questo viaggio..
Alla fine decidiamo per Jinghong, capoluogo della regione autonoma del Xishuangbanna, un paradiso tropicale al confine con Laos, Vietnam e Birmania. Lo Yunnan è una regione prevalentemente montuosa e i collegamenti ferroviari - come il resto dei trasporti - risultano ancora in parte difficoltosi.. Si va in autobus!

in viaggio..


Dalla Cina coloniale alla Cina tropicale

sabato 26 gennaio 2008

Guangzhou: fuga dalla trappola

Un giorno a Guangzhou scorre rapido e all'indomani siamo pronti alla stazione di Guangzhou due ore prima della partenza, in attesa del nostro treno. Siamo gli unici occidentali in quel posto, già mi viene la nausea a pensare quanta gente ci sarà in quella piazza, due-trecentomila persone, di sicuro. Strade bloccate, transenne ovunque e poliziotti che controllano - a vari livelli - se davvero devi salire su un treno, se hai un biglietto valido in partenza per oggi e se è vero che il tuo treno sta partendo. Più passa il tempo, più la folla aumenta, e il tabellone si riempie a poco a poco di scritte arancio e rosse, "treno cancellato", "treno in ritardo di un'ora", "treno che non si sa se e quando arriva".



Il treno è forse il mezzo di trasporto più affascinante (oltre che economico) per muoversi in Cina e per capire le sue differenze, le sue contraddizioni; dentro e fuori dal finestrino è un continuo apprendere, osservare, capire. In silenzio, solo guardando. Stavolta però mi sento un pò bastardo a dover perseverare questo modo di viaggiare nonostante la situazione che si sta venendo a creare. Noi che per il gusto di viaggiare (e di risparmiare) spendiamo una cifra esigua - appena 10 euro - per permetterci una vacanza insolita e loro che si trovano nello stesso posto ad aspettare un treno che li riporti a casa dopo un anno che non vedono i propri cari; per noi è divertimento (o quasi), per loro è un incubo e neanche a buon mercato.



E non sapevamo che la situazione nazionale in quelle ore era molto ma molto peggio di quello che si poteva anche solo immaginare.. Nella Cina meridionale era in corso l'inverno più disastroso degli ultimi cinquant'anni. Maltempo ovunque, dalla fredda pioggerellina di Guangzhou alla neve di Guilin, la Cina e tutto il suo sistema di trasporti era in ginocchio proprio durante il periodo più critico dell'anno.

Giustizia (o Punizione) Divina per un Paese che viaggia troppo spesso al di sopra delle proprie possibilità. La Cina che fa il passo più lungo della gamba, basta una nevicata a mettere in crisi il Paese "pronto" alle Olimpiadi. Magari le manie di onnipotenza cinesi sono più che giustificate, però stavolta la macchina organizzativa mi è sembrata un tantino disastrosa.. Noi quattro lì, spremuti dalla folla, ed io che pensavo alla canzoncina "We are ready/Siamo pronti" scritta per le Olimpiadi.

OK了

Passano le ore e noi siamo sempre lì, in mezzo a gente che aspetta da un giorno e mezzo, i treni da Guangzhou partono ma non arrivano, perchè se arrivano vengono da nord, e a nord sta cadendo troppa neve.. Nessuna notizia, nessuna informazione, solo treni con orario di arrivo "indefinito" e tanta gente che spinge tanto, troppo, per avvicinarsi all'ingresso della stazione.

Ad un certo punto arrivano i soldatini per il puntuale teatrino della Propaganda.. Escono dalle transenne e formano un corridoio umano tra la folla in modo da far passare chi deve salire su un treno in partenza. E spuntano gli omini - anch'essi in divisa militare - con cinepresa e fotocamera, a filmare l'Esercito di Liberazione che aiuta il Popolo. La gente fischia e ride, beffarda, davanti alle telecamere della TV nazionale.. A me piace pensare che non erano i soliti "Ciao mamma sono in televisione", magari era davvero un popolo che dimostrava di essere più furbo di quanto pensa il suo Governo.
Passano i soldatini con i cartelloni dei treni in partenza ed ecco la gente passare nel corridoio umano.. i soldatini sorridono, i fotografi scattano. Dieci minuti di teatrino teleripreso, telefotografato, teledocumentato. Poi, come niente fosse, i soldatini rientrano, le telecamere si spengono e ritorna il caos più assoluto.

Oggi o domani mi aspetto di rivedere queste immagini su internet e in televisione, specie su CCTV7 (谢谢叔叔TV), il canale tematico della TV pubblica che informa di quanto sono bravi esercito e polizia ad aiutare le persone che si trovano in difficoltà.

Aspettiamo dieci ore prima di cedere alla tentazione, rivendiamo il nostro biglietto e ripieghiamo sulla soluzione dell'aereo. Vigliacchi. Uomo bianco vince ancora, aggiungiamo altri 60 euro e abbiamo un biglietto per Kunming, senza il fango di Guangzhou, senza le mani addosso della folla né il rischio di essere scippati, senza il caos né la paura di rimanere bloccati alla stazione. Noi ce ne andiamo, loro restano a terra.


Nella foto: notte insonne prima della partenza. Dormire in una catena di fast-food è un'ottima soluzione per non perdere l'aereo.

Partenza per dopo domani, e il 29 arrivano anche gli altri, Arianna, Michi, Shoko e Chie.


Bye bye Guangzhou!

venerdì 25 gennaio 2008

Guangzhou: ritorno alla trappola

Due ore di pullman da Zhuhai, città oltre la frontiera dal lato di Macau e siamo di nuovo a Guangzhou. E chi se lo aspettava di trovarsi proprio dove nessun'altro voleva essere, alla stazione ferroviaria del capoluogo quando le fabbriche del Guangdong mandano in ferie per un mese i propri dipendenti, tutti assieme, tutti in una volta. Come a Ferragosto da noi. Che geni che siamo!



Stazione di Guangzhou, ovunque mi giro c'è gente in cerca di un biglietto o in attesa di un treno. Ce n'è tanta. La maggior parte di loro sono operai sottopagati provenienti dalle zone più povere del Paese che lavorano nelle fabbriche-città del Guangdong, la provincia cinese a più alta industrializzazione del mondo: le eccellenze e le schifezze, i certificati ISO9002 e i cancri di plastica, i falsi, i veri, gli indistinguibili.. tutto proviene da quà e questa è la gente che produce tutto ciò. Incontro quello che ha lavorato all'assemblaggio della mia fotocamera, magari incontro pure quello che ha cucìto le mie scarpe sportive, ma non me ne accorgo.



Già dalla fermata della metropolitana - proprio sotto la stazione - poliziotti sbraitano sulla folla per mantenere la calma... "不要急",不要急" ("bu yao ji, bu yao ji" calma, calma) si sente urlare in continuazione.. una volta sopra, è l'inferno. Com'era prevedibile, non è possibile entrare DENTRO la stazione. Si resta fuori, sotto la pioggerella fina che sta già infangando la piazza antestante, dove sono stati allestiti dei padiglioni numerati per raccogliere ordinatamente le persone in attesa di un treno. O magari questa era l'intenzione.

Io riesco a distinguere soltanto i simpatici soldatini cinesi, gli stessi che erano nel campus quando mi hanno fottuto la bici, gli stessi che marciano a Tiananmen inneggiando canti militari, gli stessi che indossano l'elmetto della prima guerra mondiale quando vado in banca, gli stessi che si prendono a schiaffi col collega quando si rompono le balle.. Sono lì, divisi in squadre, ognuno col suo manganello, ognuno col suo sguardo spaurito, ma sempre pronto a ridacchiare col vicino. Età massima 16 anni e mezzo, almeno così dimostrano le loro facce. E dovrebbero mantenere la calma. A Guangzhou.


Nella foto: caos alla stazione ferroviaria di Guangzhou

Mentre siamo in fila alla biglietteria, cerchiamo di capire dove è più comodo andare... A noi importa solo andare verso ovest, verso lo Yunnan, verso Kunming. Il problema è che non ci sono i treni. I treni in partenza oggi sono tutti pieni, al massimo c'è qualche posto a sedere per domani sera, destinazione Guilin, a metà strada di dove vogliamo andare noi: 1000 chilometri di viaggio seduto ("sedile rigido", ed è già tanto) in un treno pieno a scoppiare con il corridoio intasato da gente che ha in mano il suo biglietto "posto in piedi", anch'esso acquistabile per un viaggio da 18 ore. A questo sono disposti i cinesi pur di ritornare a casa per la Festa di Primavera. E tanto permette di fare un biglietto del treno da 10 euro.


Link:

giovedì 24 gennaio 2008

Macau



A 50 chilometri di mare da Hong Kong, proprio sull'altra riva nel delta del Fiume delle Perle c'è Macau, decadente gioiello portoghese che ancora oggi punta il suo futuro in giochi d'azzardo, casinò, corse automobilistiche, fanatismo religioso e prostituzione.
Niente male.

Traghetto da Hong Kong, controllo passaporti e in un'ora e mezza siamo dall'altra parte del delta, in quell'altra Cina che non è Hong Kong e che non è nemmeno il Guangdong. Macau si spegne lentamente ostinandosi ad essere quella che è stata nel passato e che oggi non ha più motivo di essere: una città goliardica dall'impronta religiosa, senza la fretta dello sviluppo, del progresso e del commercio a tutti i costi.

Strana questa Macau, senza dubbio più tranquilla e vivibile della sua vicina anglosassone. Macau è un'altra Cina, una "Cina Latina" che ha ereditato dal Portogallo non solo la storia ma anche l'anima, la sua cultura, i suoi ritmi, meno pressanti che altrove e più a misura d'uomo. O anche al di sotto. Perchè a Macau la gente sembra ormai abituata ai riflettori della storia che si allontanano, come rassegnata a dover vedere la vita scorrere solo in questo modo, senza fretta, senza grossi affari, senza l'ansia di spennare un occidentale, di dover apparire grande o di dimostrare di esserlo stata nel passato.


Nella foto: il Casinò Grand Lisboa "visto" dalla Fortaleza do Monte

Se in Cina e ad Hong Kong i grattacieli svettano alti in nome del progresso, quì a Macau le uniche costruzioni degne di questo nome sono i casinò. Senza i casinò non ci sarebbe Macau, senza di loro Macau non sarebbe Macau.
All'ombra dei casinò i macaensi abbassano amaramente la testa, consapevoli - da una parte - di quanto lavoro e quanto turismo ha portato da tutto il mondo il gioco d'azzardo ma rassegnati - dall'altra - nel vedere cosa è diventata la loro città dopo anni di illegalità, delinquenza e lotte tra le Triadi...

Di questo ce ne parla (in un ottimo francese) anche Manuel - portoghese nato e cresciuto quà - mentre si gode il tramonto da una piazzetta ancora "portoghese", dietro la quale svetta però - minacciosa - la sagoma del "Grand Lisboa", l'ultimo arrivato tra i Casinò di Stanley Ho. Ci racconta che questo signore è l'unico - a Macau - che ci ha guadagnato davvero dall'industria del divertimento e che grazie ai suoi contatti con la mafia ha praticamente in mano la città, dai casinò al mercato immobiliare, dalla politica all'informazione. Lionel resta parecchio impressionato. Io che sono italiano non ci faccio caso più di tanto. Poi lo rassicuro "Ma guarda che non è poi così strano... ".
Ci saluta suggerendoci "Da Armando", un dignitoso ristorantino macaense dove c'è comida boa por un preço justo. Alla fine dei quattro giorni a Macau riusciremo a trovarlo.

Ancora oggi, malgrado la mania del gioco non più in voga come un tempo, a Macau si continua a costruire casinò, sempre più alti, sempre più luccicanti (e sempre più orrendi), magari nell'allettante prospettiva di attrarre i nuovi ricchi dalla Cina continentale. A me questa dei casinò è sembrata una situazione un pò sovradimensionata, come se - nonostante le tante alternative - Macau sia destinata a dover perseverare la stessa strada, fatta di un relitto del passato che continua ad esser considerato come punta di diamante dell'economia dell'ex colonia, come se non ci fosse altra alternativa che questa.



Che bella invece l'altra Macau, lontana dai casinò sempre più luccicanti ma sempre più vuoti, la Macau storica, figlia del Portogallo di un altro tempo..
Ancora oggi Macau somiglia molto a Lisbona, con i marciapiedi e le piazze lastricate di sampietrini, con le chiese barocche, i nomi delle vie e dei vicoli scritti sugli azulejos, la religione presente ovunque, anche (e soprattutto) quella locale, resistita o mescolata al Cristianesimo, portato a forza dall'Europa. Anche in questo Macau è profondamente diversa da Hong Kong.





Quì vi approdarono numerosi evangelizzatori della Cina, tra cui il mio conterraneo Matteo Ricci, un Missionario Gesuita maceratese finito per diventare Mandarino alla Corte Imperiale di Pechino, imparando la lingua e i caratteri e adattando la religione cristiana, le arti e le scienze europee alla visione del mondo orientale del tempo. E' ammirevole sapere che ciò è successo cinquecento anni fa.

Non condivido l'attuale necessità di "evangelizzare" popoli che hanno già un loro culto, nato dalla visione ed interpretazione del loro mondo circostante, ma comprendo l'importanza che poteva avere un tempo la religione e le "ragioni" della Chiesa nell'Europa dell'epoca, soprattutto in Portogallo. Inoltre apprezzo appieno gli sforzi fatti da Padre Matteo Ricci nel suo lavoro di comprensione e mediazione culturale tra due universi allora sconosciuti.





E poi ancora i ristoranti (quì chiamati establecimientos de comida), le insegne portoghesi dei negozi, gli incensi fumanti ad ogni ora del giorno davanti ad ogni casa e attività commerciale, il vino portoghese in vendita nei supermercati, le auto dal gusto kitsch, tutte truccate e "personalizzate", la cucina portoghese.. Davvero una bella sorpresa Macau, un ritorno alla bella Europa dopo cinque mesi vissuti in una Cina sempre più diversa dal suo passato e sempre più uguale al resto del mondo.


Sopra: aperitivo per strada con vinho tinto portoghese



Pranzo "da Armando", anche lui portoghese nato quì a Macau e poi vìa, in autobus, verso la "Frontera". Da quì non ci sono collegamenti diretti con lo Yunnan, decidiamo di tornare a Guangzhou (Canton), da cui prenderemo un treno per Guilin o Kunming..


mercoledì 23 gennaio 2008

Chungking Mansions (Hong Kong)

Hong Kong, ore 1:30
Un elegantissimo occidentale esce da una torre di vetro e cemento per poi stravaccarsi nel retro di un costoso taxi rosso. Sabato notte, cravatta allentata e valigetta posata lì a fianco, magari quella è la fine che immagino ma che non vorrei fare..

Stanchi delle lucine al neon e dei grattacieli decidiamo che gli zaini pesano un pò troppo e che è ora di cercare un posto per passare la notte.
Ed Ecco un'altra Hong Kong, quella che non conoscevo ma che sinceramente mi aspettavo di trovare da qualche parte.

Quartiere di Kowloon, Nathan Road,
Chungking Mansions non è solo il nome di un posto economico in cui dormire.
Il tempo di due occhiate all'interno e mi torna in mente l'inizio di un film bellissimo di Wong Kar-Wai dal nome Chungking Express.. Due storie intrecciate che girano attorno ad amore e delinquenza nella città sul finire dei suoi giorni coloniali.



Potrei essere in un posto qualunque del mondo, perfino i cinesi sono minoranza in questa città nella città. Indiani, bengalesi, filippini, africani, magrebini, armeni, arabi.. è incredibile la varietà di gente che "popola" questo formicaio umano, chi vende droga, chi vende abiti, chi vende riso al curry, chi vende se stesso, chi affitta camere. Ma la maggior parte di loro aspetta un passaporto, sorvegliata dalla polizia cinese che tiene a bada i piccoli deilnquenti secondo gli ordini della mafia (o almeno così sembra).

Notte afosa ma tranquilla, non fosse per il labirinto fatto di cunicoli, ascensori "alterni" e mini-pensioni - ognuna con la sua "nazionalità" al suo interno e i segnali di avvertimento per gli sconosciuti - che ci ha fatto perdere un'ora prima di ritrovare la stanza in cui avevamo lasciato la nostra amica coreana, con la linea telefonica assente e facce poco raccomandabili in giro per le scale..

Pazienza. Il giorno dopo sveglia presto, giro nella città cinese: passeggiare, chiacchierare e starsene tra sè e sè al finestrino di un autobus che non sai dove ti porta è il miglior modo per vedere e scoprire Hong Kong..







Verso sera, stanchi ed esausti ci prepariamo alla volta di Macau, decadente gioiello portoghese a soli 50 chilometri da Hong Kong ma diversissima dalla sua "sorella inglese"..

Link:
Film - Chungking Express [Trailer]
Chungking Express
Nathan Road
Scalinata interna - Chungking Mansions

Pieces of Chungking (1)
Pieces of Chungking (2)
Pieces of Chungking (3)

Hong Kong


Che bello questo di passare la frontiera "a piedi", senza il balzo degli aerei che ti porta da un ambiente asettico all'altro, che non ti fa sentire il viaggio, il passaggio, lo spazio, la distanza.

La Hong Kong di oggi è solo un puntino sulla carta geografica della Cina, ma è impossibile per me, oggi, poter percepire appieno cosa è stata fino a trent'anni fa Hong Kong per i cinesi.. Un sogno senz'altro, lo era anche per gli occidentali, ma è stata soprattutto un'utopia, un'assurdità, un artificio: l'eccesso messo al fianco di un altro eccesso, un'isola capitalista in un universo comunista, in bilico per anni prima di ricadere in un mondo che ha finito per assomigliarle sempre di più.

Entro in metropolitana e subito vengo assalito da una strana sensazione: sono in Cina, come no, ma mi trovo in un lembo di terra che non gli assomiglia manco per il cazzo.. l'asfalto è nerissimo e rugoso come quello che si vede nelle strade di Londra, e ad ogni incrocio vedo perfino dei Belisha Beacon lampeggiare.. Anche insegne stradali mi stupiscono ed incuriosiscono: leggo i cartelli stradali e sono nomi inglesi, ne leggo altri e mi sembrano assurdi, le scritte sono quasi illeggibili, la pronuncia cantonese non corrisponde al mandarino, JiuLong (nove dragoni) diventa Kowloon, "xie xie" (grazie) è uno sghignazzo cantonese che suona come " 'ngoin' " e tra un pò saprò anche che wikipedia e blogspot si vedono tranquillamente senza dover incappare nella censura...
Non sono in Cina.

Guardo fuori dal finestrino, è notte. La segnaletica luminosa degli incroci mi riporta alla mente Londra, non fosse per le palme lussureggianti e gli alberi in fiore che mi ricordano di essere da tutt'altra parte del mondo; anche le auto hanno la guida a sinistra, scorgo autobus a due piani, l'inglese prevale nei cartelloni pubblicitari così come l'ordine e la pulizia prevalgono per le strade. Sono sconcertato.

La TV del metrò trasmette le notizie economiche in cantonese, magari anche i contenuti delle notizie mi lascerebbero di stucco se sapessi che non si tratta delle solite quattro barzellette raccontate dal "Partito". O magari è così anche qui, ma non ci credo più di tanto.

Dopo mesi e mesi filati di Cina sento, al di qua del confine, una strana sensazione di quasi-libertà che si coglie nel modo di vestire e di comportarsi della gente, nei loro tratti, così abituati alla sicurezza ovattata di una dittatura finanziaria fondata sul commercio: così mi appare Hong Kong e così me la immagino nei fatti, al di là dell'apparente normalità della periferia che che si scorge dal finestrino nel tragitto verso il centro.



Hong Kong, quella vera e propria, è un isolotto collinare particolarmente scomodo per costruire una metropoli di acciaio e cemento. Ma loro l'hanno fatto, e non potevano fare altrimenti.
Ogni sera, le facciate dei grattacieli che guardano verso il Peninsula Hotel si accendono come un immenso albero di Natale, sfoggiando l'essenza così effimera eppure così spettacolare di una città artificiale dal nome evocativo. Nient'altro che lampadine e cemento, lo so, ma non posso fare a meno, per un attimo, di godermi quel momento, con l'aria calda che arriva dal mare e i flash della gente che cerca di immortalare quel pezzo di mondo così spettacolare.

Ma l'artificialità sta solo in quel tratto, in quella città verticale per pochi ma non per tutti.. Milioni di abitanti vivono e brulicano altrove, a Kowloon e nei Nuovi Territori, lontani dal giocattolo di lampadine e cemento fatto per i ricchi, con le loro macchine che di notte sfrecciano a tutta velocità sulle autostrade cittadine semideserte, sensi unici e cavalcavia dall'asfalto nerissimo, piste da divertimento per le costose auto d'importazione che si snodano - sospese - attraverso i grattacieli andando in sù verso il Peak, da cui si gode la vista della baia.



Hong Kong, puttana di quello e di questo impero, una perla occidentale in mezzo all'oriente, un pezzo di terra plasmato ad immagine e somiglianza del nostro mondo, studiato per accogliere nel più confortevole dei modi chiunque voglia vivere la sua vita da queste parti.

Mi immagino giovani rampanti in cerca di successo, cocainomani occidentali incravattati esausti dal lavoro, mi immagino immigrati clandestini provenienti dal sudest asiatico, puttane cinesi del passato, troie da ognidove del presente, sarti indiani e venditori di perle e gioielli, generali e ammiragli imperiali, commercianti di seta e di droga.. mi immagino quanti inglesi dalla madrepatria abbiano sempre avuto questa "alternativa" alle loro vite, magari per trovarvi la fortuna, magari per lasciarsi rovinare dalle sue trappole.



Quante alternative alla solita vita.. e quante opportunità per chi era inglese ieri e rampante oggi, con l'era coloniale al tramonto ma con i tanti legami commerciali e culturali che ancora oggi fanno della Gran Bretagna un Paese grande ed influente nel mondo.
Quanti inglesi, americani e australiani vivono e lavorano quì! Non c'è nulla di strano - per loro - nel dirigere un'azienda, essere docente universitario o collaborare in qualche associazione di scambio culturale ad Hong Kong. Per mia natura non riesco ad immaginare - in questo posto - un italiano diverso da un turista con la bocca aperta e il naso all'insù. Come me.
Questione di orizzonti, presumo.
Nessuno mi ha mai messo la pulce nell'orecchio quando ero piccolo. Al massimo avrei potuto prendere in considerazione i legami storico-culturali con la Libia..

Non so se tutto ciò sia una fortuna, io lo vedo semplicemente come una carta in più da giocare, quella delle colonie è stata un'epoca di violenze e di invasioni ma mi chiedo - nel frattempo - cosa abbiamo potuto combinare noi italiani, che più che conquistare ci siamo lasciati sempre conquistare da invasori, mafiosi e politici vari della penisola.

Non è una colpa se l'Italia non ha mai avuto le sue colonie (vere) nel mondo, per carità.. probabilmente è una cazzata in meno che ha fatto il nostro Paese, però non riesco a non pensare a quanto ampi possono essere - ancora oggi - gli orizzonti geografici e culturali di un inglese, di uno spagnolo, di un portoghese o di un francese rispetto a quelli dell'italiano medio. Magari non sono così ampi come credo, però a veder bene cosa siamo diventati..

Noi che non sappiamo guardare più in là del nostro giardinetto, figuriamoci più in là delle Alpi.. noi che ci appassioniamo alle litigate di Maria de Filippi e di "Buona Domenica" in TV, che facciamo pascolare maiali per evitare la costruzione di una moschea, che ci scandalizziamo alla normalità del mondo moderno, ai suoi mutamenti, alla varietà dei suoi abitanti. Come possiamo noi italiani capire - o solo conoscere - un mondo che si trova al di là della nostra Italietta?
Ora capisco come purtroppo non ci siamo mai riusciti.

In Francia, durante le previsioni del tempo, ti dicono - fra l'altro - che tempo fa nell'isola della Reunion! Abbiamo parlato parecchio di queste cose io e Lionel, compagno di classe (e di viaggio) francese cresciuto lì, in mezzo all'Oceano Indiano e discendente dei primi colonizzatori di quell'isola, allora disabitata. Lui è il risultato di questa storia coloniale, non sfoggia né si stupisce ormai più delle sue origini ma ne è consapevole e ha la coscienza della grandezza del suo Paese, della diversità culturale e l'abitudine alle conseguenze che la storia ha portato ovunque come pure dalle sue parti.
Lavoratori cinesi, discendenti cinesi, lavoratori indiani, discendenti indiani, lavoratori africani, discendenti africani. Ora la Reunion è Francia, ma i problemi di razzismo che affliggono le banlieue della madrepatria quasi non esistono.

E ancora, vede una palma e ti dice "ah, quella è la Palma del Viaggiatore!". Per un italiano quella è UNA palma. Una qualunque. Per un francese quella è una palma che si chiama così perché la sua struttura a ventaglio permette di raccogliere l'acqua piovana dalle foglie fino al tronco.. E i colonizzatori francesi non morivano di sete!

Finezze, per carità, ma è dalle piccole cose che si nota la differenza..